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A 75 anni dallo sbarco degli alleati in Sicilia occorre sottolineare ancora una volta, rifuggendo da qualsiasi tentazione “revisionista”, l’importanza di un avvenimento che provocò la fine del fascismo in Italia e fu decisivo per le sorti del Secondo conflitto mondiale. Qualcuno, versando lacrime di coccodrillo e usando la ipocrita equidistanza che tende ad equiparare chi combatteva per il nazifascismo e chi vi si contrappose con immani sacrifici, forse non si rende conto che opera un gigantesco capovolgimento della realtà, rischiando di intorbidare non solo gli avvenimenti della II Seconda Guerra mondiale, ma anche ciò che di grande e di rilevante avvenne all’indomani del conflitto e che Hobsbawm ha correttamente definito “età dell’oro”. Non possiamo, infatti, ridurre la storia a un racconto individuale, al racconto di ognuno, perché la ricostruzione del passato risulterebbe limitata. Al contrario, la storia-scienza, la storia-materia, riposa sui fatti, sugli eventi; ha una visione d’insieme e segue il criterio di legare organicamente la ricostruzione, l’analisi, l’interpretazione e il giudizio. Poniamoci, allora, questa semplice domanda: chi ha voluto il più grande conflitto della storia dell’umanità, conflitto che ha provocato cinquanta milioni di morti e gigantesche distruzioni? Fu il nazifascismo, contrastato principalmente da USA, Gran Bretagna e URSS, che si unirono grazie alla politica antifascista e fermarono chi voleva imporre, anche a livello planetario, un modello di società fondato sulla schiavitù, sulle persecuzioni, sui campi di concentramento e di sterminio e sulla violenza quotidiana. 

Nell’estate del ’43 gli anglo-americani decisero di aprire il secondo fronte per porre fine alla barbarie nazifascista, penetrando nell’Europa occidentale attraverso la penisola italiana, “il ventre molle” dello schieramento nazifascista. Non per caso, lo sbarco anglo-americano in Sicilia non può essere isolato in se stesso, ma va valutato nell’ottica complessiva del Secondo conflitto mondiale, il cui esito risultò essenziale per la sopravvivenza e il progresso dell’intero genere umano. Fu così che all’inizio del mese di luglio, con una delle operazioni militari più imponenti della storia, britannici e statunitensi sbarcarono in diversi punti dell’isola e iniziarono l’avanzata. A tal proposito, occorre sottolineare che le forze democratiche e antifasciste invitavano i siciliani a sganciarsi in tutti i modi dal nazifascismo, sia prendendo le armi, sia aprendo le porte dell’isola agli alleati, il che voleva dire aprire le porte dell’isola alla democrazia, alla libertà, al benessere e alla pace. 

La notte del 9 luglio le operazioni ebbero inizio; nell’oscurità le forze navali alleate si stavano già dirigendo verso le coste della Sicilia. “Erano formate da 2775 navi trasporto di tutti i tipi e da 1800 mezzi da sbarco a fondo piatto e a sponde ribaltabili, che consentivano uno sbarco diretto di uomini, mezzi corazzati e artiglieria sulla terraferma. Questa flotta sterminata poteva inoltre contare sull’appoggio di 280 navi da battaglia, il cui apporto, si vedrà poi, sarebbe risultato essenziale: sarebbe stati, infatti, i cannoni delle navi da guerra a distruggere una a una, nella prima giornata di sbarco, tutte le batterie schierate sulla costa, e a battere, col loro micidiale fuoco di sbarramento, il retroterra, impedendo ed ostacolando l’arrivo dei rinforzi, o, più semplicemente ancora, annientandoli, prima che potessero giungere a contatto con le truppe alleate già attestate sulle spiagge.” (P. Maltese, 1981)

Non era la prima volta che la Sicilia assumeva questa centralità nella storia italiana; basti pensare, all’impresa dei Mille – senza la quale non ci sarebbe stata l’unità d’Italia -, i fasci siciliani (1891-’94) storicamente considerati come il primo grande movimento di massa del socialismo italiano -, l’occupazione delle terre dopo la prima guerra mondiale. E ora con lo sbarco si aprivano questioni di rilevanza mondiale: 1) il primo lembo di terra europea a essere liberato dal fascismo; 2) la fine del fascismo italiano, il primo dei regimi fascisti europei; 3) l’avanzata alleata verso la Germania per porre fine al feroce regime hitleriano; 4) la costruzione di un rapporto tra alleati e popolazioni europee che prefigurava l’assetto socio-politico degli anni a venire; 5) la firma dell’armistizio a Cassibile (Siracusa) il 3 settembre (e reso pubblico l’8 settembre); 6) l’inizio della Resistenza, prima in Sicilia e poi a livello nazionale il 9 settembre con gli scontri a Roma (Porta S. Paolo)

Ancora: la Sicilia, unica tra le regioni italiane, subisce uno status bellico, che poi sarà sperimentato solo dai territori tedeschi, ma in Sicilia, come già detto, gli eserciti alleati non vengono accolti come nemici, bensì da liberatori, e la fine della guerra è intesa come fine del fascismo e del regime fascista. Nella regione, inoltre, si verifica l’insorgenza separatista nella quale si possono distinguere, molto sommariamente, la rivolta verso il passato, verso i problemi lasciati irrisolti dal Risorgimento e gli errori commessi dallo stato italiano accentratore, sabaudo-liberale prima, sabaudo-fascista poi. In tal modo, l’insorgenza separatista evidenzia un disegno torbido che si identifica non solo nel proposito di provocare un distacco della Sicilia dall’Italia (o perlomeno un sostanziale indebolimento del rapporto unitario), ma anche e soprattutto nella difesa oltranzista delle più arcaiche strutture della società isolana, fondate sulla permanenza del latifondo. Ecco perché il sicilianismo è stato sempre il terreno di forza di proprietari terrieri e strumento di dominio delle classi privilegiate a tutto danno delle classi lavoratrici.

Ma torniamo alle vicende del 1943, con i soldati tedeschi in Sicilia che hanno l’ordine tassativo di ritardare a tutti i costi l’avanzata alleata per evitare non solo la caduta del fascismo, ma soprattutto impedire che la minaccia anglo-americana arrivasse rapidamente a Berlino. Ecco allora le efferate stragi naziste; stragi abituali, deliberate, intenzionali; le terribili stragi dei nazisti, espressione della loro stessa ragion d’essere, i quali nel resto d’Italia (e d’Europa) adotteranno questa politica omicida, come dimostrano i tanti episodi in Campania, a Roma (Fosse Ardeatine), Marzabotto, S. Anna di Stazzema, Boves, e tante altre ancora. 

Il dolore che a tutt’oggi proviamo per i morti non deve fare velo al ricordo dei caduti dei paesi etnei, e di tutti gli altri caduti nei paesi e nelle città dell’isola, che morirono a motivo della guerra scatenata dal nazifascismo e per le barbare stragi dei soldati hitleriani in fuga; caduti che meritano di essere menzionati come martiri della Resistenza italiana, che proprio in Sicilia ebbe inizio nell’estate del ’43, pochi giorni prima dell’8 settembre, nascita della patria democratica e antifascista e avvio della guerra di Liberazione. 

Per questo è importante coltivare la memoria del passato: per capire il presente e progettare il futuro, affinché sia foriera di liberazione e non di oblio.

          Salvatore Distefano

Professore di Storia e Filosofia presso il Liceo Classico M. Cutelli

       Presidente Associazione etnea studi storico- filosofici

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